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Ricucci: cattiverie sul mio divorzio
Si sente vittima di una manipolazione giornalistica e per questo denuncia la diffusione di “informazioni false e fuorvianti”. Così Stefano Ricucci smentisce l’intervista pubblicata sul settimanale “Diva e Donna”. “Non ho mai parlato con il giornalista Roberto Alessi – precisa Ricucci a Tgcom – e prendo le distanze da quanto è stato scritto”. Il settimanale ha parlato della richiesta di alimenti della Falchi rigettata dal giudice.
L’immobiliarista romano è furibondo per quelle informazioni relative al matrimonio con Anna Falchi riportate in modo tale “da indurre il lettore in errore, portandolo a credere che siano state rilasciate ora e in tale contesto”. E invece non è così. “Si parla di cose vecchie – aggiunge Ricucci – sono accadute tre anni fa e per questo sono prive di attualità. E poi, ripeto, non ho mai parlato nei termini riportati nell’intervista rilasciata dal mio avvocato”.
Ma anche su questo punto, qualcosa da dire c’è. “Un avvocato è tenuto al rispetto della privacy, invece ci sono notizie intime e private che Daniela Missaglia il legale ndr non era tenuta a dare. Doveva limitarsi al mero commento giuridico del dispositivo del Tribunale di Roma in quanto sentenza pubblica, ndr”. Quindi che fare? Anzitutto, conclude Ricucci, “voglio capire se il mio avvocato è stato così ingenuo da farsi manipolare dal giornalista solo per farsi pubblicità professionale o se realmente ha risposto a quelle sedici domande”. Ma in ogni caso, avverte Ricucci, “ho conferito mandato ai miei legali di tutelare i miei diritti nelle sedi opportune”.
A Lampedusa traffico di organi di bambini.
Abbiamo al potere vere e proprie bestie, che riescono a pilotare l’immaginario collettivo anche cambiandone il linguaggio. Così la nostra “informazione” (si fa per dire “informazione”) quando parla di questi soggetti parla di minori extracomunitari, non usa mai la parola BAMBINI. Si perchè, tale termine potrebbe portare ad avere un atteggiamento positivo nei confronti di questi soggetti, verso i quali il “cerebroleso utente medio italiano”, deve provare una profonda indifferenza.
Così MAroni parla di durezza, determinazione, finchè non arrivano queste notizie, che hanno fatto il giro del mondo, e che vengono rimbalzate da internet, lasciando intuire che nei paesi di provenienza dei post, di questa faccenda si è ampiamente discusso, mentre la nostra stampa di regime (della quale io continuo a sostenere che dobbiamo fare una lista dettagliata, per non commettere più errori quando andremo a rimescolare le carte), ci tiene ben all’oscuro, si guarda bene di fare approfondimenti e mandare inviati sul posto a fare reportage, nella nostra “Guantanamo o Auschwitz della PADANIA “.
Sono davvero incazzato, sono davvero poco fiero di indossare lo “status di cittadino italiano”. non posso macchiarmi dei delitti della lega, che pur di mantenere fede alle promesse fatte dopo aver fomentato l’odio ed il razzismo per anni, non conservano nemmeno un barlume di umanità nel loro agire. BESTIE!
Lo Stato Italiano, attraverso Maroni, cavalca la notizia per schedare attraverso il DNA tutti gli stranieri che approdano in italia. Ma non predispone nessuna indagine e tantomeno controlli per la faccenda. Il fatto è davvero grave, ma non gli si da alcun peso: SU 1320 minori ne spariscono 400!!! Un eccidio !! Ci vorrebbero edizioni straordinarie di TG, delle task force che facciano ricerche, pensate se sparissero 400 bambini italiani, Vespa si farebbe costruire il plastico di Lampedusa, Fede farebbe edizioni del TG4 (abusivo) ogni 10 minuti…..
Invece se è passata la notizia era un trafiletto sui giornali e pochi secondi in coda ai Tg, perchè si trattava solo di “MINORI EXTRACOMUNITARI” e non bambini.
Riporto un post trovato per caso, è del 31 gennaio, oggi è il 5 febbraio, a testimonianza che di questa storia si è taciuto.
- Image by Borgognoni via Flickr
ROMA, 31 gennaio 2009 -
IN ITALIA ci sono segnali sull’esistenza di un traffico di organi di bambini. La notizia choc è arrivata ieri dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, durante la presentazione del rapporto umanitario dell’Unicef 2009. «Abbiamo delle evidenze di traffici di questo tipo di minori presenti e rintracciati in Italia», ha sottolineato il responsabile del Viminale. Parole pesantissime sulle quali il ministro è tornato al termine dell’incontro. «La traccia del traffico di organi — ha spiegato — si ritrova negli esposti provenienti da diversi Paesi del mondo che, nel corso degli anni e anche nel 2008, sono stati portati all’attenzione della polizia italiana». EVIDENZE, secondo Maroni, «che si incrociano con un dato che è assolutamente negativo e che riguarda i minori extracomunitari che spariscono ogni anno in Italia». Il titolare del Viminale cita il dato relativo al 2008: «Su 1.320 minori approdati a Lampedusa l’anno scorso, circa 400 sono spariti. Di loro non abbiamo più notizie. INCROCIANDO questo dato con alcuni esposti sul traffico di organi, arrivati dai Paesi d’origine di questi minori, possiamo ritenere che il fenomeno tocchi anche il nostro Paese». Soluzioni immediate, secondo il ministro, non possono essere che quelle misure contenute nel trattato di Prum che l’Italia non ha ancora ratificato: banca dati Dna. «Oggi gli strumenti a disposizione non ci consentono di accertare se effettivamente la scomparsa di questi minori sia da mettere in relazione ad un traffico di organi — ha spiegato — saremo in grado di farlo appena il Parlamento approverà il trattato di Prum, già passato al Senato: l’istituzione della banca dati del Dna ci consentirà di prelevare il codice genetico ai minori in modo da poter incrociare i dati». L’ALLARME ha profondamente scosso il mondo politico e non solo. Per l’Oms il fenomeno è consistente, a livello mondiale, e in continua crescita. Indicazioni su un qualche coinvolgimento italiano — ovviamente al di fuori della Rete italiana trapianti che lavora per il servizio sanitario nazionale e che ha il controllo totale sugli organi, ed è «estranea a qualunque traffico di organi», ha detto Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti — erano giunte nei mesi scorsi anche dalle organizzazioni dei pediatri. Save the children ha mostrato preoccupazione pur escludendo di aver avuto notizie dirette. E per Vincenzo Passarelli, presidente dell’Aido (Associazione donazione organi), l’ipotesi del traffico è «improbabile». SOSPETTI, invece, sono stati citati dal Censis che parla della possibilità dell’Italia sia «non solo Paese di transito ma destinazione finale dove vengono eseguiti gli espianti». Un altro elemento importante è quello fornito dal Servizio centrale operativo della pubblica sicurezza. I dati parlano di 9.802 minori scomparsi e ancora da rintracciare. Di questi 1.722 sono italiani e 8.080 stranieri (dal ’74 al 30 settembre 2008). Nel primo semestre del 2008 i ragazzini spariti sono aumentati di 178 unità rispetto allo stesso periodo del 2007. Immediate le reazioni politiche: la commissione parlamentare d’inchiesta del Senato sul Servizio sanitario nazionale ha deciso di convocare d’urgenza il ministro: «Le parole di Maroni — ha detto il presidente Ignazio Marino — sono di una gravità inaudita». Della necessità che il responsabile dell’Interno riferisca in Parlamento avevano parlato anche Alessandra Mussolini e Rosy Bindi. Per quest’ultima, «sarebbe irresponsabile gettare sospetti sulla sicurezza e affidabilità delle rete dei trapianti in Italia». ANCHE se è evidente che si parla di una rete parallela del tutto avulsa dal Ssn. Per Maria Burani Procaccini, ex presidente Commissione bilaterale infanzia, nel mondo ci sono almeno 60mila bambini vittime di questo traffico con un giro d’affari di un miliardo e duecento milioni di euro e il ministro «ha fatto bene a sottolinerare l’emergenza». di SILVIA MASTRANTONIO
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Assenteismo a Montecitorio
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Il grano costa meno, la pasta di più
i consumatori denunciano: politica dei prezzi comune tra i grandi marchi
Da gennaio a oggi il frumento vale la metà Il prodotto in tavola è salito del 20 per cento
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| (Ansa) |
La crisi economica globale arriva in tavola. Il prezzo della pasta aumenta malgrado la materia prima stia scendendo da mesi. Secondo una rilevazione fatta da Altroconsumo per il Corriere della Sera nei principali supermercati, il mezzo chilo passa dai 75 centesimi di gennaio agli 85 di aprile ai 92 di oggi. Un balzo di oltre il 20% a fronte di una diminuzione della materia prima, il frumento duro, di quasi il 50%: da 47 a 25 centesimi al chilo.
Il 20% è l’incremento medio gennaio-ottobre. Tra aprile e ottobre l’aumento è stato del 9%. Se si guarda com’è composto si nota che, accanto ad alcuni casi di riduzione (Auchan, Garofalo, Granoro, ma soprattutto Carrefour e Lidl), sono aumentate di più le grandi marche leader come Barilla e De Cecco, del 13 e dell’11%. «Quello che più colpisce è l’omogeneità degli aumenti – dice Michele Cavuoti di Altroconsumo – : nella stragrande maggioranza dei punti vendita, piccoli o grandi, il prezzo Barilla è fissato a 0,88 euro e quello De Cecco a 1,19, mentre sei mesi fa avevamo rilevato una variabilità molto maggiore. Evidentemente i big hanno deciso di allineare i prezzi al livello più alto, anche rischiando di perdere quote a favore dei marchi dei supermercati e dei discount». Come si difendono i pastai?
In nessun modo, almeno ufficialmente, perché attendono l’esito dell’istruttoria Antitrust, che si concluderà il 30 novembre. Gli uffici del presidente Antonio Catricalà dovranno stabilire se gli aumenti decisi dalle due associazioni di categoria Unipi e FederAlimentare «in modo omogeneo sul territorio nazionale» possano violare la concorrenza.
In modo informale però le aziende fanno presente che i ritocchi ai listini seguono un lungo periodo – dal 1995 al 2007 – in cui i prezzi della pasta sono aumentati solo del 9% rispetto a un’inflazione cresciuta del 32%. Aggiungono che l’attuale quotazione della materia prima, dimezzata negli ultimi nove mesi, è pur sempre il doppio di quella del 2006. E affermano che i consumi di pasta – un alimento indiscutibilmente buono, sano ed economico – sono tornati a crescere in Italia, anche se solo del 2% nei primi 8 mesi del 2008, dopo 15 anni di stagnazione. Accanto a produttori leader come Barilla – un’azienda che in questi anni ha guadagnato efficienza e conquistato il mercato americano – il settore ha conosciuto grandi difficoltà: basti pensare che i 240 pastifici del 1980 si sono ridotti oggi a 130. Più in particolare gli industriali sostengono che se invece di considerare il periodo aprile-ottobre 2008 si prende un periodo più lungo – tra giugno 2007 e settembre 2008 – si vede che il prezzo all’origine della materia prima è aumentato del 53%. «È vero – dice Altroconsumo – ma anche in quel caso, considerando l’incidenza reale della materia prima sul prezzo finale, il listino del leader di mercato avrebbe dovuto salire a 0,65 euro, non a 0,88. Quelle 400 lire in più proprio non si spiegano ». E soprattutto non si spiega perché l’industria aumenti i prezzi nel momento in cui la materia prima scende. Per rispondere proviamo a ripercorrere il cammino di uno spaghetto dal chicco di grano al nostro piatto. Punto di partenza è il campo del contadino. La Puglia è la regione leader per il frumento duro e a Foggia ha sede la Borsa del grano: non a caso è lì che i coltivatori stanno protestando contro l’importazione di grano estero. «I nostri granai sono pieni – lamenta il presidente della Coldiretti Sergio Marini – e la discesa del prezzo danneggia l’economia agricola». Dal campo il grano passa al silos di stoccaggio e successivamente al mulino. La semola va in fabbrica ed è trasformata in pasta nelle mille varietà di formato che tutti conosciamo. Da lì infine, impacchettato e reclamizzato a dovere, lo spaghetto arriva ai negozi, ai supermercati e alle case. Il passaggio dai produttori alla grande distribuzione avviene di solito in modo conflittuale, in un eterno duello che ha come posta in gioco la definizione del prezzo, che entrambi i contendenti vogliono vantaggioso e coerente con le rispettive politiche commerciali. Se questo in breve è il percorso dello spaghetto, che cosa ha fatto lievitare il prezzo e ora lo tiene alto? È probabile che abbiano contribuito la finanza, oggi sotto accusa in tutto il mondo, e qualche speculazione di troppo. Lo strumento principe della finanza è stato il «future», contratto a termine con cui l’azienda s’impegna a comprare sul mercato internazionale un certo quantitativo di grano a un certo prezzo a una certa data. Se nel tempo che passa tra la sottoscrizione del contratto e l’acquisto il prezzo scende, l’acquirente deve comunque pagare, talvolta subendo forti perdite.
La più forte discesa del frumento è stata registrata nel giugno scorso, quando il prezzo è calato da 0,40 a 0,34 euro al chilo. Giugno è stato il mese del raccolto, quest’anno molto abbondante. È possibile che in quei giorni chi aveva messo da parte grandi quantità di grano in epoca di prezzi alti le abbia riversate sul mercato, anche per evitare il deterioramento. «Ed è proprio questa l’ipotesi che potrebbe spiegare – secondo Marini perché oggi i produttori, se hanno comprato il grano a prezzi alti, magari temendo penuria di materia prima, non abbassano i prezzi finali».
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«Il made in Italy della pasta – dice un operatore della grande distribuzione - sta perdendo quote di mercato a scapito dei cosiddetti secondi marchi: cioè sia le “insegne” (per esempio la pasta venduta con il marchio Coop, ndr) sia i “primi prezzi” (tipo Fidel di Esselunga, ndr). Se potessero avrebbero tutto l’interesse a ridurre il listino». Una spiegazione di segno opposto è che dopo aver fatto decollare i listini le aziende non sono più disponibili a ridurli. L’aumento è l’occasione per riposizionare i prezzi in un momento favorevole: quello in cui le famiglie tirano la cinghia, ma un buon piatto di pasta, che ha pure virtù dietetiche, nessuno lo lascia. Anzi, semmai raddoppia.
Edoardo Segantini
25 ottobre 2008
via Il grano costa meno, la pasta di più – Corriere della Sera
Ragnatela Bassolino
di Emiliano Fittipaldi
I pm lo incriminano per i rifiuti. Il turismo è in crisi. L’economia langue. Ma il presidente è sempre più forte. Ecco perché
Cattura la new wave di Alessandra Mammì e Sabina Minardi Nostalgia di vacanze? Voglia di fuga? Settembre è la stagione migliore. Che porta nuove mete, volti, mode ed eventi Per Napoli il governatore non ha fatto niente. Invece ad Afragola, sopra i suoi terreni, ha fatto costruire l’Ikea, Leroy Marlin e la stazione dell’Alta velocità. Pazzesco. E la sa una cosa che mi ha detto un amico fidatissimo? Il sindaco si prende i quadri dei musei e se li appende in salotto, a Posillipo. E un altro mi ha giurato che la moglie è proprietaria della Gestline e degli autobus rossi che portano in giro i turisti. Uno schifo… Il tassista è un fiume in piena, ed è infuriato nero. Colpa forse del caldo e degli affari che vanno male: in città gli alberghi sono mezzi vuoti, le prime stime parlano di una flessione dei turisti del 20-30 per cento.
Così il tassista Giuseppe fa in cinque minuti la summa completa delle leggende metropolitane che da qualche mese circolano su Antonio Bassolino, sessant’anni appena compiuti, due volte sindaco, già ministro del Lavoro e dal 2000 governatore della Campania. Dicerie senza alcun riscontro ma che, più dell’inchiesta sulla monnezza, rischiano di distruggere un politico che sull’immagine e sulla comunicazione ha sempre puntato moltissimo. Magistrati in azione, rancore degli elettori, fallimento di un’esperienza amministrativa iniziata nel 1993: intellettuali e giornalisti ammettono che il clima che si respira in città è quello del pre-Tangentopoli. Al tempo fu travolta la rete dei Gava, dei Cirino Pomicino, dei De Lorenzo. Oggi, sperano gli avversari, potrebbe essere il turno del tentacolare sistema di potere messo in piedi da quello che lo storico Paolo Macrì definisce “l’uomo più potente in Campania dal dopoguerra in poi”.
Anche se il regno di Bassolino sembra sulla
via del tramonto, in città nessuno si schiera. Politici ed élite stanno in silenzio, in attesa degli eventi. La richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Napoli è stato un colpo durissimo, ma le accuse di truffa aggravata e frode che il governatore avrebbe commesso in qualità di commissario per l’emergenza rifiuti per ora hanno fatto meno danni del previsto. Don Antonio ha collezionato solo attestati di stima. Da Fassino a D’Alema, da Rosy Bindi a Veltroni, dal cardinale Crescenzio Sepe fino ad alcuni esponenti dell’opposizione. Prima di attaccare o’ Presidente, infatti, ci si pensa due volte.
In tre lustri Bassolino ha messo in piedi un sistema di relazioni istituzionali ed economiche che abbraccia tutti i settori della vita pubblica: dai politici ai professionisti, dagli intellettuali ai giornalisti, dagli imprenditori ai sindacati. Nessuno, a Roma come in Campania, vuole mettersi contro chi ha in mano milioni di voti. “Bassolino è in crisi, ma ha ancora un potere enorme”, commenta il filosofo Biagio De Giovanni, ex parlamentare europeo dei ds: “Un’egemonia che si fonda su corporazioni, lobby, complesse articolazioni del consenso. Il suo partito personale gestisce interessi giganteschi. Un simile monstrum non crolla in quattro e quattr’otto. E da garantista, non posso neanche augurarmi che cada sotto i colpi della magistratura”.
Il partito del Presidente
La strategia politica di Bassolino nasce nel 1993, dopo la vittoria su Alessandra Mussolini, ed è figlia di un appartato professore universitario che si è trasformato negli anni in uno degli uomini più influenti di Napoli: Mauro Calise, politologo, non ha (quasi) mai avuto incarichi ufficiali, ma è il consulente più ascoltato dal governatore. Ha un ruolo ombra che ne fa il demiurgo del partito del Presidente: sfruttando i nuovi poteri assegnati al sindaco, Bassolino e Calise tagliano fuori i partiti della maggioranza da ogni decisione reale. Il professore indica gli uomini giusti, arbitra le carriere e consiglia gli assetti delle giunte. La gestione della cosa pubblica è affidata solo a fedelissimi.
Il modello di Calise è mutuato dall’esperienza di Ross Perot, il magnate statunitense candidato alla Casa Bianca: sfruttando il vuoto di potere post-gaviano, la coppia riesce a imporre in città un presidenzialismo all’americana con forti connotati populistici. Vincenzo De Luca, sindaco ulivista di Salerno e da anni in cima alla lista dei nemici del governatore, ci va giù pesante: “Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte a un sistema clientelare di massa. La Regione è gestita come una bottega privata. Non c’è alcuna attività del palazzo che non abbia il marchio della fedeltà, non troverà neanche un usciere che non sia legato alla sua corrente”.
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