Archivio per dicembre, 2007

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«Scriverò io per primo alla Corte dei conti. Portare la croce delle “partecipate” e farmi additare ad esempio negativo, no…». Eccola, una delle 37 storie da raccontare sulle società “partecipate” della Regione, settore da riordinare, su cui è impegnata la giunta di Santa Lucia. Oltre 600 mila euro spesi in due anni per Maurilia, «società che non ha mai potuto produrre nulla – spiega il presidente in dismissione Geremia Gaudino – perché gli stessi enti che l´avevano creata non ne hanno mai tenuto conto».
Epilogo emblematico. Presidente senza più poltrona, Geremia Gaudino, ex assessore provinciale del Ppi, guidava la scatola vuota Maurilia: una delle 37 partecipate (51 per cento Regione, 49 Provincia), nata nel 2004 e sempre in perdita, da poco in liquidazione. Maurilia aveva per obiettivo «il recupero dei centri storici della provincia». L´unica cosa che ha coltivato è stato un Cda di 7 membri, compreso il capo, più tre revisori, più consulenti e collaboratori che nel gioco dei “fregoli” perenni della politica sono oggi revisori o membri in altri Cda. Repubblica è andata a trovare alcune di queste società. Maurilia, ma, su versanti del tutto distinti, anche Scabec e Recam.
Prima tappa, via Vicinale Santa Maria del Pianto, ottavo piano, uffici eleganti alla Torre 3 del Centro polifunzionale, in ascensore pure la filodiffusione. Sull´uscio la targa con frammento di architettura settecentesca, il fitto di tremila euro si paga ancora, anche se – lo raccontano gli impiegati di uffici sul pianerottolo – «quella porta non s´apre da mesi». E Gaudino: «In liquidazione: meglio così. Ma non vorrei essere capro espiatorio di un sistema di scatole semivuote, di obiettivi politico-sociali svuotati di significato e di occupazione di poltrone di cui tutti beneficiano». Aggiunge: «Avevamo un sogno: volevamo ripristinare tutta la scenografia del Miglio d´oro. Un´idea la cui realizzazione sarebbe costata 60 milioni di euro, è vero: ma ci eravamo alleati con una società privata che faceva recupero di fondi inutilizzati di vari Comuni; il nostro impegno era a costo zero». Non proprio zero, 22 mila euro lordi l´anno solo per il presidente. E poi? «Poi Regione e Provincia, i nostri azionisti, hanno preferito puntare su altro, far nascere cose analoghe, duplicati». Il capitale sociale di 500 mila euro risucchiato. Oggi, chiude Gaudino, «abbiamo accumulato faldoni, carte, progetti: ma dove li mettiamo?».
Altro aplomb all´isola E 7 del Centro direzionale, sobrio attivismo e signore (laureate) in riunione. È la Scabec (80 per cento della Regione) che si occupa di beni culturali, presidente è l´ex assessore comunale ds Roberto Cappabianca, ad Giovanna Barni: per scopo il coordinamento tecnico di Artecard, i servizi del Museo Madre, circa 200 mila euro di spese correnti, oltre 1 milione di capitale, centinaia di migliaia di euro per collaborazioni, consulenze. Settore strategico. Non bastava l´assessorato del dinamico Marco Di Lello? «Ma no, facciamo anche il coordinamento della newsletter di Artecard», la casella di posta elettronica. Inutile chiedere chiarimenti: i vertici fino a tardi sono «sempre in riunione». Guarda caso, tra i revisori c´è proprio uno dei consulenti in carico alla Maurilia.
Ultimo scottante caso: la Recam, i cui dipendenti anche ieri erano in piazza per la temuta sospensione degli stipendi. Costo mensile, 1 milione e mezzo di euro. E, a vedere la pulizia di alvei e dintorni, funziona poco. Nata per stabilizzare 340 lsu, i dipendenti sono passati presto a 400. Divenuto serbatoio elettorale equo: per centrosinistra e centrodestra. Prima era amministratore Enzo Rivellini di An, il solo direttore del personale costava 110 mila euro all´anno. Figura subito sostituita («Ora guadagna un terzo di prima») quando subentra la gestione dell´assessore di Prc, Gabriele. Oggi è in perdita, finiti i fondi dello Stato a sostegno degli lsu.

(25 ottobre 2006)

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La banda Rai

Pubblicato: dicembre 23, 2007 in berlusconi, corruzione, I Monopoli, rai, saccà
di Emiliano Fittipaldi e Peter Gomez

Gli uomini voluti da Silvio Berlusconi. L’ascesa degli ex dc.  I progetti degli ulivisti. Gli appalti e le poltrone da assegnare. La mappa del potere nella tv di Stato

L’unica a richiederle ufficialmente è stata lei, Deborah Bergamini, la bionda assistente personale di Silvio Berlusconi, planata al marketing di viale Mazzini nel 2002 in accoppiata con Alessio Gorla, storico fondatore di Forza Italia e poi stratega dei palinsesti della tv di Stato negli anni del governo di centrodestra. Gli altri, invece, i teorici danneggiati, quelle intercettazioni che testimoniano la collusione tra televisione pubblica e privata, non le hanno volute vedere. Almeno fino a venerdì 14 dicembre i legali di mamma Rai non hanno domandato ai magistrati di Milano che venissero messi a disposizione dell’azienda non solo i brogliacci (molto riduttivi) delle telefonate della Bergamini, ma anche i nastri.

 Così, adesso, dagli schermi della televisione più lottizzata del mondo è in onda il remake di un vecchio horror. S’intitola ‘Non aprite quella porta 2’. Nel cast figurano più o meno tutti i protagonisti del grande inciucio televisivo che negli ultimi 15 anni ha, di fatto, annullato la concorrenza tra Rai e Mediaset. Gente che nei corridoi di viale Mazzini si muove spesso per bande, ora in guerra, ora in collaborazione tra loro. E racconta la storia di un’emittente costretta controvoglia a fare ormai i conti con uno scandalo dopo l’altro. Si va dagli 850.000 euro versati estero su estero da un manager Mediaset al direttore generale di Rai Cinema ed ex responsabile degli acquisti, Carlo Macchitella, per questo dimissionario a inizio 2007, per arrivare ai brogliacci della Bergamini e all’affaire Agostino Saccà: il direttore berlusconian-dalemiano di Raifiction intercettato dalla procura di Napoli, mentre discuteva con il proprietario di Mediaset di attricette da ingaggiare e di senatori da contattare perché cambiassero casacca. Di tutto, di più, insomma. Senza far mancare la ciliegina sulla torta rappresentata dal ricorso in appello, avallato in gran segreto dalla Rai del centrosinistra, contro la sentenza che aveva risarcito Michele Santoro & C. per i danni causati dall’editto bulgaro del Cavaliere e la conseguente epurazione.

Cda in stallo No, la porta di casa Rai non va aperta. Farlo significa capire che il piano, per ridurre i costi e massimizzare gli utili, ideato dal proprietario di Mediaset nel lontano 1993 in una serie di incontri con i propri dirigenti, è giunto da un pezzo a compimento. Il 22 febbraio di quell’anno, come testimoniano i verbali delle riunioni, il Cavaliere diceva che bisognava far sì che alla testa della Rai sedessero “veri manager (con i quali sarebbe più facile raggiungere un buon accordo)”, mentre Giuliano Ferrara, spiegava come una Rai libera dai partiti fosse per Mediaset veramente pericolosa. Tredici anni dopo lo scenario non cambia. Con Saccà autosospeso, Deborah Bergamini messa da parte dall’azienda, la Rai resta in mano a un consiglio di amministrazione di pura espressione politica. Un consiglio completamente bloccato dopo che, il 16 novembre, il Tar ha dichiarato illegittima la revoca del consigliere forzista Angelo Maria Petroni dal parte del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, e, per certi versi, fuori legge. Il 4 comma della legge Gasparri del 2004, prevede infatti che ne facciano parte “persone di notoria indipendenza di comportamenti”. Il risultato è che quattro dei nove consiglieri sono ex parlamentari (tra cui un ex ministro, Giuliano Urbani), tre sono ex direttori di giornali di partito, mentre il presidente, Claudio Petruccioli, oltre che essere un ex onorevole ds, è pure ex presidente della Commissione di Vigilanza. A prescindere dalla qualità delle persone, è uno spettacolo mai visto nemmeno negli anni più bui della prima Repubblica.

_img__Il ruggito del Leone Ovvio quindi che si faccia oggi spazio un figlio della prima Repubblica. Nel vero senso della parola. L’uomo in ascesa è Giancarlo Leone, il figlio dell’ex capo dello Stato, nominato vice di Claudio Cappon, il direttore generale garantito, più che da Romano Prodi che puntava su Antonello Perricone, da Enrico Micheli, sottosegretario a Palazzo Chigi. Leone capeggia un gruppo di manager e funzionari che ha pazientemente atteso nell’ombra l’occasione per tornare in sella: sono quasi tutti democristiani doc che hanno riacquistato il controllo dei gangli vitali dell’azienda. Attualmente vicedirettore con delega ai palinsesti, Leone è entrato a viale Mazzini nel 1983 dalla porta di servizio del Televideo, ma ha fatto rapidamente carriera prima nell’ufficio stampa, poi come direttore dei programmi ai tempi di Iseppi. Dal 1999 al 2006 è amministratore delegato di Rai Cinema, settore nevralgico che gestisce circa 250 milioni di euro l’anno. Un anno fa Cappon, che al ‘prodotto’ e alla gestione delle reti preferisce i bilanci, lo ha promosso vicedirettore. Mossa sbagliata, dicono molti: alla Rai un dg senza controllo sul prodotto è infatti un capo dimezzato.

(20 dicembre 2007)

Pronto Silvio, sono Saccà

Pubblicato: dicembre 23, 2007 in berlusconi, corruzione, I Monopoli, rai, saccà

Il testo e l’audio della conversazione tra il manager Rai e il Cavaliere: “Lei è amato nel paese, glielo dico senza piangeria”. Dai giochi in azienda, alla fissa di Bossi per il Barbarossa fino alle scritture per le attrici: “Sto cercando di avere la maggioranza in Senato”

VERBALE: di trascrizione di conversazioni telefoniche in arrivo ed in partenza sull’utenza avente il numero XXX XXXXXXX in uso a Saccà Agostino, come da decreto del 05.06.2007 emesso dalla Procura della Repubblica di Napoli a firma del Dott. Dr. Vincenzo PISCITELLI
Data: 21/06/2007
Ora: 18:40:09 Durata: 0:07:17

S.S. = Segretaria Saccà
S. = Saccà
S.P. = Segretaria Presidente
P. = Presidente

S: Pronto.
S.S.: Direttore, glielo passano.
S: Si,.. pronto.
S.P.: Si Direttore, le passo il Presidente.
S: Si, grazie.
P: Agostino!
S: Presidente! Buonasera ..come sta … Presidente…
P: Si sopravvive…
S: Eh .. vabbè, ma alla grande, voglio dire, anche se tra difficoltà, cioè io … lei è sempre più amato nel paese …
P: Politicamente sul piano zero …
S: Si.
P: … Socialmente, mi scambiano … mi hanno scambiato per il papa..
S: Appunto dico, lei è amato proprio nel paese, guardi glielo dico senza nessuna piangeria …
P: Sono fatto… oggetto di attenzione di cui sono indegno …
S: Eh .. ma è stupendo, perchè c’era un bisogno … c’è un vuoto … che .. che lei copre anche emotivamente … cioè vuol dire … per cui la gente .. proprio … è cosi … lo registriamo…
P: E’ una cosa imbarazzante ..
S: Ma è bellissima, però
P: Vabbè .. allora?
S: Presidente io la disturbo per questo, per una cosa fondamentale, volevo dirle alcune cose della Rai importanti in questo momento, perchè abbiamo faticato tanto per conservare la maggioranza .. eh, la maggioranza cinque è importante anche in questo passaggio, riusciamo a conservarla per un anno dopo la … ma è strategica questa cosa, ma se la stanno giocando in una maniera .. stupida … proprio, cioè … quindi, volevo.. lei già lo sa … perchè le avevo… volevo darle questo allarme, perchè, allora, se abbiamo la maggioranza in consiglio, e quindi abbiamo una forte importanza, questa maggioranza non la smonta più nessuno ormai dopo la decisione…
P: si, … non capisco Urbani che fa lo stronzo, no?!
S: Mah! Allora … Urbani, io non .. non lo so .. penso che in questi giorni sono stati più i nostri alleati … che hanno un pò .. no! … lui forse ha fatto un errore su Minoli …e l’altra volta … eh .. però sono stati un pò .. AN e anche la Lega, che per un piatto di lenticchie hanno spaccato la maggioranza … dopo quindici giorni, in cui la maggioranza era uscita saldissima dalle aule giudiziarie, cioè quello che non è riuscito con specie …
P: Mamma mia, vabbè, adesso io ho dovuto … interessarmi di questa cosa….
S: Gli è riuscito con Speciale .. gli è riuscito forse con quello della Polizia …
P: .. adesso li richiamo .. a ..(parola incomprensibile) …
S: Li richiami lei all’ordine .. Presidente …
P: Daccordo.
S: .. perchè abbiamo una grande vittoria .. qui in azienda stavamo riprendendo …anche con Sensi … Ingiro (fonetico) ..
P: vabbè .. va bè .. adesso vediamo, vediamo un pò. Senti, io … poi avevo bisogno di vederti ..
S: Si.
P: perchè c’è Bossi che mi sta facendo una testa tanto ..
S: si .. si ..
P: .. con questo cavolo di .. fiction .. di Barbarossa ..
S: Barbarossa è a posto per quello che riguarda .. per quello che riguarda Rai fiction, cioè in qualunque momento …
P: allora mi fai una cortesia …
S: si
P: puoi chiamare la loro soldatessa che hanno dentro il consiglio ..
S: si.
P: .. dicendogli testualmente che io t’ho chiamato …
S: vabbene, vabbene ..
P: …che tu mi hai dato garanzia che è a posto ..
S: si, si è tutto a posto ..
P: .. chiamala, perchè ieri sera ..
S: la chiamo subito Presidente …
P: … a cena con lei e con Bossi, Bossi mi ha detto, ma insomma .. di qui di là … dice … Ecco, se tu potevi fare sta roba …mi faresti una cortesia.
S: allora diciamola tutta … diciamola tutta Presidente .. cosi lei la sa tutta, intanto il signor regista ha fatto un errore madornale perchè un mese fa … ha dato .. e loro lo sanno .. ha dato un’intervista alla Padania, dicendo che aveva parlato con Bossi e che era tutto… io, ero riuscito a rimetterla in moto la cosa, che era tutto a posto perchè aveva parlato col Senatur .. bla, bla, bla … il giorno dopo il corriere scrive …

(20 dicembre 2007)

Vittorio Emanuele di Savoia ed il figlio Emanuele Filiberto hanno chiesto i danni allo stato italiano per un valore complessivo di 260 milioni di euro, esclusi gli interessi, in aggiunta alla restituzione dei beni confiscati alla famiglia dallo Stato quando nacque la Repubblica italiana. La richiesta è stata effettuata 20 giorni tramite una lettera di 7 pagine indirizzata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al presidente del Consiglio Romano Prodi.

Lo rivela un servizio che andrà in onda martedì sera su Rai Tre a “Ballarò”. La famiglia Savoia “ha chiesto ufficialmente i danni al Governo Italiano -anticipa la redazione del programma- 170 milioni di euro è la richiesta di Vittorio Emanuele, 90 milioni quella di suo figlio Emanuele Filiberto, più gli interessi. Inoltre i Savoia vogliono la restituzione dei beni confiscati dallo Stato al momento della nascita della Repubblica Italiana”.

Tra i motivi della richiesta di risarcimento ci sarebbero i danni morali dovuti alla violazione dei diritti fondamentali dell’uomo stabiliti dalla Convenzione Europea per i 54 anni di esilio dei Savoia sanciti dalla Costituzione Italiana.

Puntale la risposta del Governo per voce del segretario generale della presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico, che ha spiegato come il Governo non ritiene di dover pagare nulla ai Savoia.