Archivio per febbraio, 2009

https://i1.wp.com/files.splinder.com/0bdc1b8e1e95f45db7511439697dd30d.jpegNAPOLI (23 febbraio) – Hanno goduto senza titolo di pensioni erogate dall’Inps o di assegni di invalidità con un danno per le casse dell’ ente previdenziale per oltre 3 milioni e settecentomila euro. Oggi 29 persone sono state condannate, in accoglimento delle richieste avanzate dal pm, dal tribunale di Napoli a complessivi 80 anni di reclusione, con pene che vanno da un minimo di 2 anni e 4 mesi ad un massimo di 10 anni. Alla sbarra c’erano complessivamente 96 persone che rispondevano di 318 reati di truffa ai danni dell’Inps, falso e corruzione, relativi a 76 pensioni di invalidità. Per numerosi imputati però il tribunale ha dichiarato di non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Le indagini, avviate alcuni anni fa, accertarono che un intero nucleo familiare, composto da almeno 16 persone, era beneficiario di pensioni di invalidità non rispondenti al vero. Beneficiari che, in alcuni casi, pur godendo dell’assegno di accompagnamento furono fotografati dai poliziotti mentre erano alla guida di auto oppure mentre passeggiavano tranquillamente pur risultando ciechi. I condannati, inoltre, dovranno provvedere a risarcire i danni all’Inps e alle Asl Napoli 1 e Napoli 5.

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IL LIBRO-INCHIESTA DI CARLUCCI E CASTALDO |.

Viaggio negli atenei dei Baroni. Le casate napoletane? Dagli Auricchio ai Condorelli
I due giornalisti smascherano il nepotismo del sistema accademico italiano. Con un occhio alla Campania

NAPOLI – «Bisogna fare così nell’università dei baroni: presentarsi al colloquio con il prof muniti di un registratore portatile e memorizzare su nastro “le regole del gioco”». È il consiglio, dettato da inchieste sul campo, del libro «Un paese di baroni» (edizioni Chiarelettere), scritto a quattro mani da Davide Carlucci e Antonio Castaldo.

Il saggio – illuminante il sottotitolo Truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’università italiana – è un vero e proprio viaggio tra gli atenei della penisola, per raccontare le difficoltà e le disillusioni di quanti, troppi, aspettano il loro turno dopo una vita fatta di studio, di esperienze all’estero e di pubblicazioni in riviste autorevoli. Turno che forse non arriverà mai, imbrigliati in un sistema in cui il merito non è la base necessaria di una carriera in ambito accademico. Nomi e compensi, nonché collusioni e lobby: l’analisi del saggio è attenta e puntuale. Del resto i due autori hanno effettuato le loro ricerche «in trincea»: Davide Carlucci, giornalista de «la Repubblica», ha seguito negli anni varie inchieste sul nepotismo universitario e Antonio Castaldo, redattore prima del «Corriere del Mezzogiorno» di Caserta e Napoli, e poi di Bari, e ora per il «Corriere della Sera», ha vissuto sul campo l’esplosione dei primi casi di corruzione universitaria che dalla facoltà di Medicina hanno poi contagiato l’intero ateneo barese.

IL «BARONAGGIO NAPOLETANO» – Attentamente analizzato è il sistema accademico partenopeo. Le docenze sono divise in «casati», dove la discendenza è sentita come titolo preferenziale per intraprendere la carriera universitaria: ad ogni cognome corrisponde una cattedra, in una sorta di moderna ereditarietà feudale. E così abbiamo gli Auricchio, pediatri cattedratici dal 1933, i Califano, illustri chirurghi e i Condorelli, accademici dalla Sicilia alla Campania con amicizie democristiane.
A volte i baroni napoletani estendono il loro potere anche al di fuori della «ristretta» cerchia di cattedre federiciane, collocando perenti e protetti alle docenze della Sun, l’ateneo casertano. E la politica? Non sta a guardare. Da Mastella, la cui amicizia è necessaria per realizzare a Benevento la Scuola Superiore della magistratura, creatura di Pietro Perlingieri, che ne è presidente, a Bassolino e la sua riorganizzazione della facoltà partenopea di Medicina, i nomi dei politici campani e non solo presenti nel saggio non si contano.

Antonella Salese
05 febbraio 2009
Corriere del Mezzogiorno

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Un viaggio tra:
i meccanismi perversi delle fabbriche di cultura italiane

MILANO – Sconcertante, devastante o umiliante? E’ difficile trovare gli aggettivi giusti per descrivere al meglio lo stato dell’università italiana dopo aver letto Un Paese di Baroni, il libro appena uscito di Davide Carlucci e Antonio Castaldo su «truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’università italiana» (editore Chiarelettere). Non un romanzo, purtroppo. Ma una lunga, dettagliata e approfondita inchiesta con nomi, cognomi, date, pochissime opinioni e tanti fatti.

La copertina del libro-inchiesta
La copertina del libro-inchiesta

Un’inchiesta che lascia senza fiato: perché se è vero che tutti sanno (o dicono di sapere) che è prassi comune e diffusa che per avere certe cattedre e varcare certe soglie occorra essere figlio di, amico di o sponsorizzato da, è altrettanto vero che leggere 309 pagine che raccontano di privilegi, concorsi truccati, reti di parentele intrecciate, infiltrazioni mafiose, gerarchie nazionali su chi comanda e dove, criteri gerontocratici di scelta, lobby bianche, rosse e nere, intrecci politici ed economici nella selezione dei docenti fa un effetto devastante. Non solo per i professori, ricercatori e dottori coinvolti nelle inchieste documentate nel libro ma per tutti quelli che pur a conoscenza di un «sistema tanto chiacchierato, e oggetto di generale indignazione fino ad oggi lo hanno accettato. L’importante era non fare i nomi» scrivono i due autori. Ora ci sono anche quelli, nero su bianco. Ma forse anche questo cambierà di poco la questione. Il sistema pare così tanto incancrenito da autoalimentarsi e sopravvivere da solo. Anche se delle crepe cominciano a intaccare il muro di gomma dell’università italiana.

Carlucci e Castaldo (tutti e due giornalisti; il primo a Repubblica, il secondo al Corriere della Sera) raccontano infatti, accanto all’università dei privilegi, anche quella di chi lavora seriamente tutti i giorni e per pochi soldi. E soprattutto riportano le storie e le testimonianze di chi si è ribellato contro i concorsi truccati, contro un «sistema fortissimo basato molto sull’obbedienza e poco sul merito». Citando i sempre più numerosi casi di intercettazioni fai da te di studenti, aspiranti ricercatori o docenti che si sono presentati nell’università dei baroni a colloquio con i prof muniti di registratori portatili per memorizzare «le regole del gioco». Negli ultimi anni proprio queste intercettazioni hanno portato a più di un’inchiesta contro prepotenze e abusi.

Alcuni in Italia si chiedono ancora perché nelle graduatorie sulle migliori università del mondo, i nostri atenei facciano sempre una pessima figura. Inutile chiederselo dopo aver letto questo libro. Peggio: frustrante. Paolo Bertinetti, preside della facoltà di lingue e letteratura a Torino afferma di «non aver mai conosciuto nessuno che sia diventato professore solo in base ai propri meriti». Stefano Podestà, ex ministro dell’Università nel 1996 ha dichiarato: «I rettori italiani? La metà di loro è iscritta alla massoneria». Mentre, dati alla mano, Carlucci e Castaldo scrivono che «i rettori hanno famiglia in 25 delle 59 università statali italiane. Quasi il 50% (il 42,3 per l’esattezza) ha nella medesima università un parente stretto, quasi sempre un altro docente». Più chiara ancora la ricostruzione di un dialogo tra docenti nella deposizione rilasciata all’autorità giudiziaria da Massimo Del Vecchio, professore di matematica a Bari – «Se non vengo io, tu non sarai nominato preside» – «Che cosa vuoi in cambio?» – «Due miei parenti falli entrare…». Carlo Sabba, uno dei professori che si è ribellato al sistema dei concorsi truccati, conclude amaramente: «Se non si spezza questa catena, i giovani saranno a immagine e somiglianza di chi li ha arruolati, e tutto rimarrà uguale».

Il libro-inchiesta di Carlucci e Castaldo vuole essere «un’istantanea sullo stato dell’università

Università Statale di Milano. Dibattito degli studenti su legge 133 (Paolo Poce)
Università Statale di Milano. Dibattito degli studenti su legge 133 (Paolo Poce)

italiana e delle èlite che la governano, nel momento di più profonda decadenza della sua storia». Nel volume si ripercorrono le vicende che hanno portato intere dinastie familiari alla conquista di tutte le cattedre disponibili nelle città italiane «calpestando tante volte il merito e eludendo le regole democratiche; con intere bande di cattedratici che si sono spartite il territorio proprio come fa la mafia; raccontando il sistema dei baroni e la fitta trama di scambi tra potere politico e mondo universitario. Il tutto a detrimento di chi crede nelle università e nell’eccellenza dello studio con i centinaia di professori, ricercatori e lettori che nonostante i soprusi e le generali storture di un sistema che non funziona, resistono e lavorano».

I due hanno deciso di dedicare il loro lavoro ai «tanti <ribelli> che in questi ultimi anni hanno denunciato abusi, aperto blog e siti internet contro il malcostume accademico, scrivendo spesso con nomi e cognomi ai quotidiani nazionali e ai tantissimi professori e ricercatori onesti grazie ai quali l’Italia è ai primissimi posti di una speciale classifica di merito stilata dalla rivista Nature nel 2004 calcolata in base alla proporzione tra investimenti ricevuti e qualità delle pubblicazioni delle principali riviste di ricerca internazionale: nonostante i pochi soldi, i concorsi truccati, la corruzione e molto altro i ricercatori italiani ottengono risultati eccezionali. Incredibile ma vero».

Viene solo da chiedersi allora, visto che la degenerazione universitaria è direttamente proporzionale alla cattiva qualità della ricerca, che Paese saremmo se le terribili storture denunciate in questo libro sull’ università non ci fossero. Visto che «da qualche decennio si assiste ad un’autentica degenerazione della logica del privilegio e per un po’chi voleva far carriera si è adeguato, chi non ha trovato spazio ha cercato un’occasione all’estero, altri hanno gettato la spugna e hanno ripiegato sulla professione privata, sull’insegnamento nelle scuole superiori, oppure sono caduti in depressione». Cosa sarebbe l’Italia se tutti quelli che sono andati via o non sono riusciti ad entrare e lo meritavano avessero potuto studiare e fare ricerca nelle università del nostro Paese?

Occupazione all' Università La Sapienza - (Vincenzo Tersigni / Eidon)
Occupazione all’ Università La Sapienza – (Vincenzo Tersigni / Eidon)

L’inchiesta si fa viva. Viene descritto nei dettagli il “sistema mafioso” che vige all’interno di alcune università (caso limite a Messina, dove «le indagini hanno mostrato le infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta» e «la cosca Morabito è penetrata profondamente all’interno della Facoltà di medicina e chirurgia» come scrive il pm Gratteri della dda di Reggio Calabria). Viene raccontato come agisce la massoneria in cattedra («A Bologna ci sono due lobby, massoneria e Cl. Controllano la sanità e la facoltà di Medicina. E’ sempre stato così. E’ uno spaccato inquietante» dice Libero Mancuso, ex magistrato, assessore comunale a Bologna). Viene spiegato il meccanismo della grande truffa dei concorsi («C’è l’assenza di qualsiasi trasparenza nello stabilire chi merita e chi no. Pilotare i concorsi è una pratica assolutamente sicura e quasi indolore. I docenti sanno di partecipare a un teatrino. Il nome di chi deve vincere si conosce in anticipo. Talvolta è davvero la migliore delle scelte possibili. Altre volte decisamente no. Ma la domanda è: se già si conosce il vincitore perché spendere tanti soldi per indire i concorsi?» scrivono Carlucci e Castaldo). Si scende poi nei dettagli della Parentopoli d’Italia (Tre esempi soli tra i tanti? «A Roma il rettore è Luigi Frati, ex preside di facoltà di Medicina dove c’era la moglie, ex professoressa di liceo diventata ordinario, il figlio, chiamato a insegnare sotto la presidenza del padre, e la figlia, laureata in giurisprudenza…A Napoli nelle facoltà di Economia e Commercio della Federico II sono state rintracciate 140 parentele accademiche su un totale di 877 docenti…A Bari a Economia imperversano famiglie come i Massari: otto i docenti con questo cognome, tutti imparentati tra loro»). Si spiegano i meccanismi delle commistioni dei poteri trasversali, poteri politici e interessi economici che determinano assunzioni e vincitori di concorsi. Tutto sempre più spesso inter nos.


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Basta leggere cosa dice il Cnvsu, il Comitato di valutazione universitaria: il 90,2% dei docenti vincitori di concorso dal 1999 al 2007 provenivano dallo stesso ateneo che aveva messo a bando la cattedra. Con l’autonomia universitaria del 1999 poi (finanziaria e contabile) si sono moltiplicati i docenti e i corsi di laurea più bizzarri. Gli insegnamenti sono raddoppiati: da 85mila a 171mila. Con una proliferazione che non ha eguali nel mondo: in Italia esistono 24 facoltà di Agraria, in California tre, in Olanda solo una.
Forse è anche per tutto questo che secondo i dati Ocse del settembre 2008 solo il 17% della popolazione italiana tra i 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea (contro la media dei paesi Ocse del 33%) e solo il 45% degli iscritti arriva alla laurea, meno del Cile e del Messico e sotto la media Ocse del 69%? «Continuiamo così – direbbe il Nanni Moretti dell’ormai storica battuta del film “Bianca” – facciamoci del male».

Iacopo Gori

Corriere della Sera.

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Abbiamo al potere vere e proprie bestie, che riescono a pilotare l’immaginario collettivo anche cambiandone il linguaggio. Così la nostra “informazione” (si fa per dire “informazione”) quando parla di questi soggetti parla di minori extracomunitari, non usa mai la parola BAMBINI. Si perchè, tale termine potrebbe portare ad avere un atteggiamento positivo nei confronti di questi soggetti, verso i quali il “cerebroleso utente medio italiano”, deve provare una profonda indifferenza.

Così MAroni parla di durezza, determinazione, finchè non arrivano queste notizie, che hanno fatto il giro del mondo, e che vengono rimbalzate da internet, lasciando intuire che nei paesi di provenienza dei post, di questa faccenda si è ampiamente discusso, mentre la nostra stampa di regime (della quale io continuo a sostenere che dobbiamo fare una lista dettagliata, per non commettere più errori quando andremo a rimescolare le carte), ci tiene ben all’oscuro, si guarda bene di fare approfondimenti e mandare inviati sul posto a fare reportage, nella nostra “Guantanamo o Auschwitz della PADANIA “.

Sono davvero incazzato, sono davvero poco fiero di indossare lo “status di cittadino italiano”. non posso macchiarmi dei delitti della lega, che pur di mantenere fede alle promesse fatte dopo aver fomentato l’odio ed il razzismo per anni, non conservano nemmeno un barlume di umanità nel loro agire. BESTIE!

Lo Stato Italiano, attraverso Maroni, cavalca la notizia per schedare attraverso il DNA tutti gli stranieri che approdano in italia. Ma non predispone nessuna indagine e tantomeno controlli per la faccenda. Il fatto è davvero grave, ma non gli si da alcun peso: SU 1320 minori ne spariscono 400!!! Un eccidio !! Ci vorrebbero edizioni straordinarie di TG, delle task force che facciano ricerche, pensate se sparissero 400 bambini italiani, Vespa si farebbe costruire il plastico di Lampedusa, Fede farebbe edizioni del TG4 (abusivo) ogni 10 minuti…..

Invece se è passata la notizia era un trafiletto sui giornali e pochi secondi in coda ai Tg, perchè si trattava solo di “MINORI EXTRACOMUNITARI” e non bambini.

Riporto un post trovato per caso, è del 31 gennaio, oggi è il 5 febbraio, a testimonianza che di questa storia si è taciuto.

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Image by Borgognoni via Flickr

ROMA, 31 gennaio 2009 –

IN ITALIA ci sono segnali sull’esistenza di un traffico di organi di bambini. La notizia choc è arrivata ieri dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, durante la presentazione del rapporto umanitario dell’Unicef 2009. «Abbiamo delle evidenze di traffici di questo tipo di minori presenti e rintracciati in Italia», ha sottolineato il responsabile del Viminale. Parole pesantissime sulle quali il ministro è tornato al termine dell’incontro. «La traccia del traffico di organi — ha spiegato — si ritrova negli esposti provenienti da diversi Paesi del mondo che, nel corso degli anni e anche nel 2008, sono stati portati all’attenzione della polizia italiana». EVIDENZE, secondo Maroni, «che si incrociano con un dato che è assolutamente negativo e che riguarda i minori extracomunitari che spariscono ogni anno in Italia». Il titolare del Viminale cita il dato relativo al 2008: «Su 1.320 minori approdati a Lampedusa l’anno scorso, circa 400 sono spariti. Di loro non abbiamo più notizie. INCROCIANDO questo dato con alcuni esposti sul traffico di organi, arrivati dai Paesi d’origine di questi minori, possiamo ritenere che il fenomeno tocchi anche il nostro Paese». Soluzioni immediate, secondo il ministro, non possono essere che quelle misure contenute nel trattato di Prum che l’Italia non ha ancora ratificato: banca dati Dna. «Oggi gli strumenti a disposizione non ci consentono di accertare se effettivamente la scomparsa di questi minori sia da mettere in relazione ad un traffico di organi — ha spiegato — saremo in grado di farlo appena il Parlamento approverà il trattato di Prum, già passato al Senato: l’istituzione della banca dati del Dna ci consentirà di prelevare il codice genetico ai minori in modo da poter incrociare i dati». L’ALLARME ha profondamente scosso il mondo politico e non solo. Per l’Oms il fenomeno è consistente, a livello mondiale, e in continua crescita. Indicazioni su un qualche coinvolgimento italiano — ovviamente al di fuori della Rete italiana trapianti che lavora per il servizio sanitario nazionale e che ha il controllo totale sugli organi, ed è «estranea a qualunque traffico di organi», ha detto Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti — erano giunte nei mesi scorsi anche dalle organizzazioni dei pediatri. Save the children ha mostrato preoccupazione pur escludendo di aver avuto notizie dirette. E per Vincenzo Passarelli, presidente dell’Aido (Associazione donazione organi), l’ipotesi del traffico è «improbabile». SOSPETTI, invece, sono stati citati dal Censis che parla della possibilità dell’Italia sia «non solo Paese di transito ma destinazione finale dove vengono eseguiti gli espianti». Un altro elemento importante è quello fornito dal Servizio centrale operativo della pubblica sicurezza. I dati parlano di 9.802 minori scomparsi e ancora da rintracciare. Di questi 1.722 sono italiani e 8.080 stranieri (dal ’74 al 30 settembre 2008). Nel primo semestre del 2008 i ragazzini spariti sono aumentati di 178 unità rispetto allo stesso periodo del 2007. Immediate le reazioni politiche: la commissione parlamentare d’inchiesta del Senato sul Servizio sanitario nazionale ha deciso di convocare d’urgenza il ministro: «Le parole di Maroni — ha detto il presidente Ignazio Marino — sono di una gravità inaudita». Della necessità che il responsabile dell’Interno riferisca in Parlamento avevano parlato anche Alessandra Mussolini e Rosy Bindi. Per quest’ultima, «sarebbe irresponsabile gettare sospetti sulla sicurezza e affidabilità delle rete dei trapianti in Italia». ANCHE se è evidente che si parla di una rete parallela del tutto avulsa dal Ssn. Per Maria Burani Procaccini, ex presidente Commissione bilaterale infanzia, nel mondo ci sono almeno 60mila bambini vittime di questo traffico con un giro d’affari di un miliardo e duecento milioni di euro e il ministro «ha fatto bene a sottolinerare l’emergenza». di SILVIA MASTRANTONIO

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