Archivio per la categoria ‘Baroni’

Palazzo Montecitorio
Image via Wikipedia

Il compenso d’oro mensile. La media degli ex: 133 mila euro l’anno

ROMA — Ottomila euro lordi al mese per quindici mensilità. È la pensione spet­tante a quel commesso del Se­nato che giusto una decina di giorni fa ha deciso di lasciare il lavoro. All’età di 52 anni. Il più recente protagonista di un inarrestabile e costosissi­mo esodo. Leggendo il bilancio di pre­visione 2009 approvato il 21 aprile dal consiglio di presi­denza di palazzo Madama si scopre che negli ultimi due anni i costi per pagare le pen­sioni sono letteralmente esplosi.

Fra il 2007 e il 2009 sono passati da 77,8 a quasi 90 milioni, con un aumento del 14,3%. Ma se si escludono le pensioni di reversibilità, quelle cioè pagate ai supersti­ti, la progressione è stata an­cora più violenta: +15,6%. Die­ci milioni e 800 mila euro in più. Quest’anno, sempre se le previsioni saranno rispettate (ma di solito le stime sono in difetto) la spesa per le sole pensioni «dirette» sfiorerà 80 milioni. Esattamente 79 mi­lioni e 950 mila euro. Cifra che divisa per 598 dipendenti pensionati fa, tenetevi forte, 133.695 euro ciascuno. Vale a dire, quindici volte e mezzo l’importo di una pensione me­dia dell’Inps. Inoltre, detta­glio non trascurabile, le pen­sioni del Senato seguono la dinamica degli stipendi di pa­lazzo Madama. È stata la crescita abnorme di questa voce che ha impedi­to al Senato di rinunciare, co­me invece hanno fatto Came­ra e Quirinale, all’adeguamen­to all’inflazione programma­ta per il prossimo triennio? Chissà. Certamente è vero che l’aumento della spesa per le pensioni dei dipendenti si è mangiato quasi tutte le sfor­biciatine fatte al bilancio di palazzo Madama.

Tanto per fare un esempio, la maggiore spesa previdenziale equivale a più del doppio del rispar­mio sui contributi ai gruppi parlamentari dovuto alla ridu­zione del numero dei partiti presenti in Senato. Ma non è che a Montecito­rio la pressione di chi vuole andare in pensione sia meno forte. Fra il 2007 e il 2009 l’au­mento della spesa della Came­ra per questo capitolo è stato infatti del 14,2%. Quest’anno le pensioni dirette e di rever­sibilità graveranno sul bilan­cio di Montecitorio per 191 milioni, circa 24 milioni in più rispetto al 2007. Quale può essere la molla che ha fatto scattare questa fuga ormai evidente? Forse il timore di un nuovo giro di vi­te particolarmente doloroso, che metterebbe in crisi i privi­legi sopravvissuti a tutti i ten­tativi di riforma? Non è affat­to da escludere.


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Al Senato, per esempio, chi è stato as­sunto prima del 1998 può an­cora oggi, nel 2009, andare in pensione a 50 anni di età, sia pure con una penalizzazione del 4,5%, a condizione che ab­bia raggiunto quota 109: la somma dell’età anagrafica, degli anni di contributi e del­l’anzianità di servizio al Sena­to. Con 53 anni di età e la stes­sa quota 109 la pensione (80% dell’ultimo stipendio) è assicurata senza alcuna pena­lizzazione. Da tenere presen­te che i dipendenti entrati in Senato prima del 1998 sono la maggioranza, 609 su 1.004. E che la loro pensione si calco­la con il vantaggiosissimo si­stema retributivo puro, cioè in percentuale dello stipen­dio, anziché con il sistema contributivo (in rapporto ai contributi effettivamente ver­sati) stabilito dalla riforma Di­ni del 1995 per tutti i lavorato­ri comuni mortali. Con lo stesso sistema retri­butivo sarà calcolata anche la pensione degli assunti a pa­lazzo Madama dopo il 1998, in tutto 395. Per loro tuttavia il consiglio di presidenza ha deciso lo scorso agosto che scatta il limite minimo d’età di 57 anni. Aspetteranno un po’ di più per avere una pen­sione da leccarsi i baffi come già hanno avuto i loro colle­ghi più fortunati. Ma il fami­gerato sistema contributivo prima o poi arriverà anche in Senato. Sarà applicato a tutti gli assunti dal 2007. Quanti sono? Per ora, zero.

Sergio Rizzo
06 maggio 2009

[Il corriere della Sera]

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MILANO - GUARDIA DI FINANZA 14
Image by Ambrosiana Pictures via Flickr

NOTAIO ARRESTATO DALLA GDF PER PECULATO Secondo quanto accertato dagli uomini delle Fiamme Gialle, coordinati dalla Procura di Castrovillari, Guglielmo Labonia si sarebbe appropriato indebitamente della somma di 3 milioni di euro derivante dalla vendita all’incanto di numerosi beni fallimentari..

Rossano – Un famoso notaio di Rossano Calabro e’ stato arrestato stamani dalla Guardia di Finanza per l’accusa di peculato. Secondo quanto accertato dagli uomini delle Fiamme Gialle, coordinati dalla Procura di Castrovillari, Guglielmo Labonia si sarebbe appropriato indebitamente della somma di 3 milioni di euro derivante dalla vendita all’incanto di numerosi beni fallimentari. Dal 2002, il notaio era stato infatti delegato dal Giudice dell’Esecuzione immobiliare e dal Giudice fallimentare del Tribunale di Castrovillari di procedere alla vendita all’incanto di cespiti immobiliari derivanti da numerosi fallimenti dell’alto cosentino. Le somme versate dagli aggiudicatari dei beni però, anziché essere prontamente messe a disposizione dei creditori fallimentari, venivano ’stoccate’ dal professionista su un proprio conto corrente bancario per essere successivamente destinate a spese personali ed essere utilizzate quali fonti di produzione di cospicue somme a titolo di interesse. Solo una minima fetta di tali somme sono state recentemente depositate, ma solo a seguito delle reiterate diffide inviate dai giudici competenti. Redazione Cosenza

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SENATO, VERONESI STACCA TUTTI – Tra i senatori della XVI legislatura la ‘palma’ del Paperone quanto a redditi dichiarati nel 2008 va all’oncologo Umberto Veronesi (l’oncologo che Grillo chiama “Cancronesi”, perchè dichiara innocui gli inceneritori, incluse le nanoparticelle che emettono),  il cui imponibile nel 2007 è pari a 1.635.425 euro. Il senatore del Pd dichiara inoltre 19 terreni tra Puglia, Lombardia e Toscana e 17 fabbricati nelle stesse Regioni, piu’ una Jaguar come auto. Da segnalare anche la sua presenza nel Cda della Mondadori Editore.

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Via libera della Cassazione per la rimozione del magistrato che ha impiegato 8 anni per depositare una sentenza sulla mafia gelese

Il “giudice lumaca” Edy Pinatto, il magistrato che ha impiegato otto anni per depositare una sentenza sulla criminalità organizzata di Gela – riguardante il processo “Grande Oriente” -, provocando la decorrenza dei termini di carcerazione cautelare, non farà più parte dell’ordine giudiziario in maniera definitiva. La Procura della Cassazione, rappresentata da Marco Pivetti, ha infatti dato il via libera alla conferma della sua “rimozione”.
Pivetti ha chiesto la conferma della decisione disciplinare emessa dal Csm lo scorso 7 luglio. Dopo essere stato giudice a Gela, Pinatto era stato trasferito a Milano. Lo scorso 30 giugno il gup di Catania lo ha condannato ad otto mesi di reclusione per omissione di atti d’ufficio, sempre in relazione ai ritardi nel deposito delle sentenze sui boss.
La decisione delle Sezioni unite civili di piazza Cavour – che si occupano tra l’altro dei processi disciplinari dei magistrati – si conoscerà entro un mese. [La Siciliaweb.it]

Cittadini giornalisti: Il ”giudice lumaca” rimosso dall’ordine giudiziario.

IL LIBRO-INCHIESTA DI CARLUCCI E CASTALDO |.

Viaggio negli atenei dei Baroni. Le casate napoletane? Dagli Auricchio ai Condorelli
I due giornalisti smascherano il nepotismo del sistema accademico italiano. Con un occhio alla Campania

NAPOLI – «Bisogna fare così nell’università dei baroni: presentarsi al colloquio con il prof muniti di un registratore portatile e memorizzare su nastro “le regole del gioco”». È il consiglio, dettato da inchieste sul campo, del libro «Un paese di baroni» (edizioni Chiarelettere), scritto a quattro mani da Davide Carlucci e Antonio Castaldo.

Il saggio – illuminante il sottotitolo Truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’università italiana – è un vero e proprio viaggio tra gli atenei della penisola, per raccontare le difficoltà e le disillusioni di quanti, troppi, aspettano il loro turno dopo una vita fatta di studio, di esperienze all’estero e di pubblicazioni in riviste autorevoli. Turno che forse non arriverà mai, imbrigliati in un sistema in cui il merito non è la base necessaria di una carriera in ambito accademico. Nomi e compensi, nonché collusioni e lobby: l’analisi del saggio è attenta e puntuale. Del resto i due autori hanno effettuato le loro ricerche «in trincea»: Davide Carlucci, giornalista de «la Repubblica», ha seguito negli anni varie inchieste sul nepotismo universitario e Antonio Castaldo, redattore prima del «Corriere del Mezzogiorno» di Caserta e Napoli, e poi di Bari, e ora per il «Corriere della Sera», ha vissuto sul campo l’esplosione dei primi casi di corruzione universitaria che dalla facoltà di Medicina hanno poi contagiato l’intero ateneo barese.

IL «BARONAGGIO NAPOLETANO» – Attentamente analizzato è il sistema accademico partenopeo. Le docenze sono divise in «casati», dove la discendenza è sentita come titolo preferenziale per intraprendere la carriera universitaria: ad ogni cognome corrisponde una cattedra, in una sorta di moderna ereditarietà feudale. E così abbiamo gli Auricchio, pediatri cattedratici dal 1933, i Califano, illustri chirurghi e i Condorelli, accademici dalla Sicilia alla Campania con amicizie democristiane.
A volte i baroni napoletani estendono il loro potere anche al di fuori della «ristretta» cerchia di cattedre federiciane, collocando perenti e protetti alle docenze della Sun, l’ateneo casertano. E la politica? Non sta a guardare. Da Mastella, la cui amicizia è necessaria per realizzare a Benevento la Scuola Superiore della magistratura, creatura di Pietro Perlingieri, che ne è presidente, a Bassolino e la sua riorganizzazione della facoltà partenopea di Medicina, i nomi dei politici campani e non solo presenti nel saggio non si contano.

Antonella Salese
05 febbraio 2009
Corriere del Mezzogiorno

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