Archivio per la categoria ‘pubblica amministrazione’

ROMA – C’è l’Istituto agronomico per l’oltremare col suo direttore generale, il managing director e uno staff di 47 persone. E il consiglio direttivo dell’immortale “Istituto opere laiche palatine”, fondato con regio decreto del 1936 con sede a Bari, inattaccabile a dispetto dei disegni di legge di soppressione che incalzano da quattordici anni. C’è il consiglio di amministrazione con 12 componenti del “Banco nazionale prova armi da fuoco” – sorta di ente anagrafe delle armi prodotte in Italia – tutti nominati dal ministero dello Sviluppo. E il cda (tutto composto da ufficiali indicati dalla Difesa) dell'”Istituto di beneficenza Vittorio Emanuele III”, fondato nel 1907 allo scopo di “esercitare funzione di assistenza a favore degli ufficiali pensionati delle Forze armate e della Guardia di Finanzia o dei loro familiari”. Proprio così, beneficenza per ex ufficiali e familiari. Al suo attivo, Villa Lieta a Sanremo, complesso monumentale liberty. Otto invece i componenti cda (tutti di nomina ministeriale) che guidano la Scuola archeologica italiana di Atene, supportata da consiglio scientifico e revisori dei conti.

Professoroni e generali, burocrati e sottobosco politico, professionisti al servizio degli assessorati e uno stuolo di trombati. Esercito di “ex” qualcosa: consiglieri comunali e provinciali, deputati e senatori che hanno perso da poco o lungo tempo il terno al lotto della rielezione e finiti presto sulla giostra degli incarichi. Sempre pubblici. Spesso ministeriali. Quasi sempre legittimati da curricula inappuntabili quando non accademici. C’è insomma un’Italia che vive di gettoni o quanto meno che quel gettone lo ostenta come una medaglia. È l’Italia dei comitati, dei collegi, dei consigli. Insomma, degli organi collegiali dei quali si sconosce l’esistenza e di cui in pochi, in ogni caso, avvertono effettiva esigenza.

Bastano i gettoni, talvolta (ma non sempre) davvero spiccioli, a giustificare una foresta di sigle, enti, istituti? E perché mai guidati da una sola persona?

LA BLACK LIST
La “black list” è venuta fuori negli ultimi mesi al ministero che si è inventato Roberto Calderoli, quel dicastero alla Semplificazione che finora di poltrone “inutili” ne ha cancellate 480. Peccato che, spiegano dagli uffici, ne restino ancora circa 1.020. Salvate, sostenute, foraggiate, mantenute. Già, perché l’Italia dei comitati e dei consigli (di amministrazione, direttivi, tecnici, accademici) fino a poco tempo fa vantava 1.500 incarichi. Un terzo cancellato, gli altri due restano al loro posto. Frutto della recente operazione “taglia enti” e di una più complessiva opera di pulizia avviata nel 2001 e poi messa a punto con la Finanziaria del governo Prodi del 2007, in ultimo intensificata col decreto Calderoli. Il fatto è che, una stima approssimativa, vuole che ancora un miliardo di euro l’anno venga impegnato per il mantenimento di strutture pletoriche, comunque collegiali, destinati alla gestione di enti e istituti che in molti casi potrebbero essere cancellati o ridotti al minimo degli organici.

“L’operazione finora ha comportato l’eliminazione di 480 componenti, una razionalizzazione degli organi stessi e una contrazione della spesa strutturale delle amministrazioni vigilanti – ha spiegato il 3 febbraio scorso il ministro Calderoli rispondendo in aula a un’interrogazione dell’Italia dei valori – con un risparmio complessivo e certo che nel 2009 è stato di 415 milioni di euro”. Tuttavia, è stato costretto ad ammettere il responsabile della Semplificazione, “il percorso iniziato con il nostro decreto nel 2008 non ha consentito di raggiungere i risultati sperati in termini di riduzione del numero a causa delle discutibili, ma, purtroppo, insindacabili resistenze delle amministrazioni vigilanti che hanno l’onere di dichiarare l’utilità di un ente”. Dove, per amministrazioni vigilanti, si intendono non solo i soliti bistratti comuni e le province meridionali a capo di consorzi e società pubbliche locali, i famosi carrozzoni mangiasoldi, ma anche gli stessi ministeri.

Fanno capo proprio a parecchi dicasteri, infatti, le 35 tra agenzie, accademie, istituti consorzi, centri e opere e unioni e leghe e istituti che in ultimo il 31 ottobre 2009 il governo Berlusconi ha “salvato”, approvandone i regolamenti di riordino. Strutture, cioè, la cui sopravvivenza è stata ritenuta necessaria. Assieme a quella di tante altre già “vistate” in precedenza. L’utilità o meno è ovviamente sindacabile, dipende dai punti di vista, e il rischio di cadere nel qualunquismo è alto, soprattutto se l’approccio è quello del profano. Ognuno però si può fare un’idea saltellando da un sito web all’altro.

AVIATORI E TIRO A SEGNO
La lista degli enti e dei loro organi collegiali salvati è lunga, al ministero della Semplificazione. Ecco l’Opera nazionale dei figli degli aviatori. Organo vigilante: il ministero della Difesa. Un consiglio di amministrazione di nove membri, presieduto dal generale Piergiorgio Crucioli e composto da altri 5 generali e tre tenenti colonnelli e poi un segretario generale e un collegio dei revisori di tre membri. Tutti nominati dal ministro della Difesa su proposta del capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare.

L’attività? “Svolta ad esclusivo favore dei figli degli aviatori – si legge nello statuto – allo scopo di provvedere alla educazione morale, intellettuale, fisica, all’assistenza religiosa ed alle cure igieniche e sanitarie, allo scopo di prepararli ad un avvenire adeguato alle loro capacità e tendenze”. Impegno che include, sia chiaro, anche la benemerita assistenza dei 320 orfani figli di militari dell’Aeronautica. Ma sarà davvero necessario un cda affollato come quello di una multinazionale?

Deve la propria sopravvivenza allo stesso ministro della Difesa Ignazio La Russa l’Unione italiana tiro a segno, riacciuffata lo scorso anno dalla fossa degli organismi da cassare. E invece rieccola, viva e vegeta, consiglio direttivo di 17 componenti, in parte gli stessi del consiglio di presidenza di 7 membri guidato (come il primo) da Obrist Ernfried, 5 revisori dei conti. Forse non a caso la pagina Internet si apre con foto del ministro La Russa in visita al Poligono di Legnano.

Dal ciclone della casta erano rimaste travolte le comunità montane con i loro consigli, poi comunque sopravvissute anche quelle. Nulla o quasi si è detto e scritto invece dell’Ente italiano della montagna, che fa capo direttamente alla Presidenza del Consiglio per coordinare le politiche dei territori montani. Prima si chiamava Istituto nazionale della montagna, ora Eim, che ha subito una piccola sforbiciata agli organi collegiali. Restano: il consiglio direttivo composto da 3 membri, un comitato scientifico anche questo di 3 componenti, come il collegio dei revisori dei conti. Governo che viene, presidente che porti. Anche nel piccolo Ente della montagna, il presidente Luigi Olivieri nominato sotto l’esecutivo di Romano Prodi è stato sostituito l’ottobre scorso dal premier Berlusconi con Massimo Romagnoli, ex parlamentare di Forza Italia.

PROMOZIONI DA NORD A SUD
Ma perché dietro ogni missione pur meritevole, con lo scopo dichiarato di tutelare un bene, fornire assistenza, promuovere qualcosa, in Italia si nasconde sempre un consiglio di amministrazione?

A Napoli gode di una sua autorevolezza l’Ente per le Ville vesuviane. Consorzio tra lo Stato, la Regione Campania, la Provincia di Napoli ed i comuni vesuviani che dal 1976 prova a tutelare al meglio i 122 immobili monumentali compresi nei territori di Napoli, San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e Torre del Greco. Ma anche lì, consiglio di gestione a 5, presieduto dal professor Giuseppe Galasso, un direttore generale, tre revisori dei conti. Oltre agli otto funzionari tra ufficio amministrativo, tecnico e gestione eventi. Perfino il “Centro mondiale della poesia e della cultura – Giacomo Leopardi”, con sede a Recanati sul Colle dell’Infinito, che organizza eventi con le poche risorse girate da Stato e enti pubblici è guidato da un consiglio di amministrazione di 8 componenti, presieduto da Ferdinando Foschi e con la discendente Anna Leopardi ovviamente membro di diritto.

Nella Finanziaria 2010, uno stanziamento di 407 mila euro viene destinato all’Agenzia nazionale per i giovani. Organismo che “promuove la cittadinanza attiva dei giovani, in particolare, la loro cittadinanza europea e sviluppa la solidarietà e promuove la tolleranza fra i giovani per rafforzare la coesione sociale”.

Fatto sta che per realizzare la sua missione, sponsorizzata da Bruxelles, l’Ang si avvale di un team di 34 persone, presieduto da Paolo Giuseppe Di Caro (Head of the agency). Ex militante-dirigente dei giovani di An, candidato col Pdl alle ultime politiche in Sicilia, tra i primi dei non eletti, è approdato lì su indicazione governativa. Indennità lorda nel 2009: 101 mila euro. Oltre 450 mila euro l’anno per le indennità degli altri dirigenti, funzionari, collaboratori. Unica differenza, rispetto agli altri enti, la carica definita rigorosamente in inglese, che fa molto Union European: Andrea Chirico, Development and Upholding Director, Paola Trifoni, Youth in Action Programme Manager, Giovanna Perfetto e Silvia Strada, entrambe Directorate generale, e via elencando. Ma se è per questo, la medesima legge finanziaria del rigore targata Tremonti, stanzia per quest’anno 6 milioni 808 mila euro per l’Istituto nazionale per studi ed esperienze di architettura navale (Insean), otto membri nel consiglio direttivo presieduto da Giano Pisi, sette componenti del comitato scientifico. In un primo momento aveva rischiato di essere cancellato dal decreto taglia enti. Poi salvato.

I GRANDI SALVATORI
Ma chi ha salvato i consiglieri e le loro mille poltrone? Chi regge la macchina dei comitati e dei consigli e ne gestisce il potere?

Molte resistenze sono state opposte dagli enti locali, altre (non poche), come visto dai ministeri. Per comprenderlo basta scorrere l’elenco aggiornato Istat delle centinaia tra consorzi, agenzie, enti autonomi, enti parco, fondazioni e società pubbliche sparse per mezza Italia. Su quel terreno sarà difficile avventurarsi. Al ministro Calderoli è riuscito più facile cancellare 225 mila norme e darle alle fiamme in una caserma dei vigili del fuoco. Racconta Domenico Mastroianni, ispettore generale capo della Ragioneria generale dello Stato, ascoltato il 20 gennaio scorso dalla commissione Semplificazione del Senato: “Nel luglio 2009, abbiamo inviato una lettera a tutte le amministrazioni per ricevere da parte loro proposte di riordino. Ne sono arrivate poche, per cui non è stato possibile definire obiettivi mirati sulla base delle proposte delle amministrazioni”. Da qui la decisione del governo di procedere d’imperio, fissando alle amministrazioni (non solo locali) obiettivi di risparmio complessivo da 415 milioni di euro, in alternativa la scure: blocco delle assunzioni, riduzioni dei trasferimenti.

“La verità – scrivono i deputati Idv Porcino, Donadi, Evangelisti, Borghesi, Favia e Cambursano in un’interrogazione di poche settimane fa – è che la scadenza del 31 marzo 2009 per i tagli è stata via via prorogata al 31 ottobre 2009 e gli obiettivi di risparmio non sono stati realmente conseguiti, molti enti inutili sono stati dichiarati utili dai medesimi componenti del governo. La riduzione della rappresentanza locale, con l’annunciato taglio di cinquantamila poltrone è stata rinviata al 2011”. La mini cura dimagrante di giunte e consigli comunali e provinciali in realtà è partita per il 2010, ma solo per quelle che sono andate al rinnovo col voto amministrativo di quest’anno. Annunciando il suo programma alle Camere il 10 luglio 2008, il ministro Calderoli era più che ottimista. “Colleghi, Tolstoj sosteneva che non può esservi grandezza senza semplicità, credo che la semplificazione sia un obbligo”. Due anni dopo, tutto si sta rivelando per sua stessa ammissione più difficile del previsto.

Palazzo Montecitorio
Image via Wikipedia

Il compenso d’oro mensile. La media degli ex: 133 mila euro l’anno

ROMA — Ottomila euro lordi al mese per quindici mensilità. È la pensione spet­tante a quel commesso del Se­nato che giusto una decina di giorni fa ha deciso di lasciare il lavoro. All’età di 52 anni. Il più recente protagonista di un inarrestabile e costosissi­mo esodo. Leggendo il bilancio di pre­visione 2009 approvato il 21 aprile dal consiglio di presi­denza di palazzo Madama si scopre che negli ultimi due anni i costi per pagare le pen­sioni sono letteralmente esplosi.

Fra il 2007 e il 2009 sono passati da 77,8 a quasi 90 milioni, con un aumento del 14,3%. Ma se si escludono le pensioni di reversibilità, quelle cioè pagate ai supersti­ti, la progressione è stata an­cora più violenta: +15,6%. Die­ci milioni e 800 mila euro in più. Quest’anno, sempre se le previsioni saranno rispettate (ma di solito le stime sono in difetto) la spesa per le sole pensioni «dirette» sfiorerà 80 milioni. Esattamente 79 mi­lioni e 950 mila euro. Cifra che divisa per 598 dipendenti pensionati fa, tenetevi forte, 133.695 euro ciascuno. Vale a dire, quindici volte e mezzo l’importo di una pensione me­dia dell’Inps. Inoltre, detta­glio non trascurabile, le pen­sioni del Senato seguono la dinamica degli stipendi di pa­lazzo Madama. È stata la crescita abnorme di questa voce che ha impedi­to al Senato di rinunciare, co­me invece hanno fatto Came­ra e Quirinale, all’adeguamen­to all’inflazione programma­ta per il prossimo triennio? Chissà. Certamente è vero che l’aumento della spesa per le pensioni dei dipendenti si è mangiato quasi tutte le sfor­biciatine fatte al bilancio di palazzo Madama.

Tanto per fare un esempio, la maggiore spesa previdenziale equivale a più del doppio del rispar­mio sui contributi ai gruppi parlamentari dovuto alla ridu­zione del numero dei partiti presenti in Senato. Ma non è che a Montecito­rio la pressione di chi vuole andare in pensione sia meno forte. Fra il 2007 e il 2009 l’au­mento della spesa della Came­ra per questo capitolo è stato infatti del 14,2%. Quest’anno le pensioni dirette e di rever­sibilità graveranno sul bilan­cio di Montecitorio per 191 milioni, circa 24 milioni in più rispetto al 2007. Quale può essere la molla che ha fatto scattare questa fuga ormai evidente? Forse il timore di un nuovo giro di vi­te particolarmente doloroso, che metterebbe in crisi i privi­legi sopravvissuti a tutti i ten­tativi di riforma? Non è affat­to da escludere.


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Al Senato, per esempio, chi è stato as­sunto prima del 1998 può an­cora oggi, nel 2009, andare in pensione a 50 anni di età, sia pure con una penalizzazione del 4,5%, a condizione che ab­bia raggiunto quota 109: la somma dell’età anagrafica, degli anni di contributi e del­l’anzianità di servizio al Sena­to. Con 53 anni di età e la stes­sa quota 109 la pensione (80% dell’ultimo stipendio) è assicurata senza alcuna pena­lizzazione. Da tenere presen­te che i dipendenti entrati in Senato prima del 1998 sono la maggioranza, 609 su 1.004. E che la loro pensione si calco­la con il vantaggiosissimo si­stema retributivo puro, cioè in percentuale dello stipen­dio, anziché con il sistema contributivo (in rapporto ai contributi effettivamente ver­sati) stabilito dalla riforma Di­ni del 1995 per tutti i lavorato­ri comuni mortali. Con lo stesso sistema retri­butivo sarà calcolata anche la pensione degli assunti a pa­lazzo Madama dopo il 1998, in tutto 395. Per loro tuttavia il consiglio di presidenza ha deciso lo scorso agosto che scatta il limite minimo d’età di 57 anni. Aspetteranno un po’ di più per avere una pen­sione da leccarsi i baffi come già hanno avuto i loro colle­ghi più fortunati. Ma il fami­gerato sistema contributivo prima o poi arriverà anche in Senato. Sarà applicato a tutti gli assunti dal 2007. Quanti sono? Per ora, zero.

Sergio Rizzo
06 maggio 2009

[Il corriere della Sera]

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Reddito basso per Bruno Alicata, avvocato civilista del Pdl, che nel 2007 ha dichiarato soli 7.291 euro, piu’ un appartamento a Siracusa. Alicata segnala anche la sua presenza nel Cda di Ato rifiuti di Siracusa. Sotto i 30 mila euro poi gli imponibili di due leghisti: Armando Valli (15.879) e Giovanni Torri (26.389). Entrambi hanno una casa di proprietà: il primo a Lezzeno (Como), il secondo (che era stato sposato con una donna albanese), non indica la località del fabbricato civile.

Con l’ accusa di truffa ai danni dello Stato finalizzata ad ottenere indebiti rimborsi Iva, la Gdf ha eseguito 10 ordinanze di custodia cautelare. A quanto si e’ saputo, si tratta di 5 pubblici ufficiali (dipendenti dell’amministrazione finanziaria),2 commercialisti e 3 imprenditori.L’attivita’ criminosa ha permesso alle aziende coinvolte di richiedere o incassare falsi rimborsi Iva per un ammontare complessivo di circa 3 mln, corrispondenti a fatture per operazioni inesistenti per oltre 16 mln.