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i consumatori denunciano: politica dei prezzi comune tra i grandi marchi

Da gennaio a oggi il frumento vale la metà Il prodotto in tavola è salito del 20 per cento

(Ansa)
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La crisi economica globale arriva in tavola. Il prezzo della pasta aumenta malgrado la materia prima stia scendendo da mesi. Secondo una rilevazione fatta da Altroconsumo per il Corriere della Sera nei principali supermercati, il mezzo chilo passa dai 75 centesimi di gennaio agli 85 di aprile ai 92 di oggi. Un balzo di oltre il 20% a fronte di una diminuzione della materia prima, il frumento duro, di quasi il 50%: da 47 a 25 centesimi al chilo.

Il 20% è l’incremento medio gennaio-ottobre. Tra aprile e ottobre l’aumento è stato del 9%. Se si guarda com’è composto si nota che, accanto ad alcuni casi di riduzione (Auchan, Garofalo, Granoro, ma soprattutto Carrefour e Lidl), sono aumentate di più le grandi marche leader come Barilla e De Cecco, del 13 e dell’11%. «Quello che più colpisce è l’omogeneità degli aumenti – dice Michele Cavuoti di Altroconsumo – : nella stragrande maggioranza dei punti vendita, piccoli o grandi, il prezzo Barilla è fissato a 0,88 euro e quello De Cecco a 1,19, mentre sei mesi fa avevamo rilevato una variabilità molto maggiore. Evidentemente i big hanno deciso di allineare i prezzi al livello più alto, anche rischiando di perdere quote a favore dei marchi dei supermercati e dei discount». Come si difendono i pastai?
In nessun modo, almeno ufficialmente, perché attendono l’esito dell’istruttoria Antitrust, che si concluderà il 30 novembre. Gli uffici del presidente Antonio Catricalà dovranno stabilire se gli aumenti decisi dalle due associazioni di categoria Unipi e FederAlimentare «in modo omogeneo sul territorio nazionale» possano violare la concorrenza.

In modo informale però le aziende fanno presente che i ritocchi ai listini seguono un lungo periodo – dal 1995 al 2007 – in cui i prezzi della pasta sono aumentati solo del 9% rispetto a un’inflazione cresciuta del 32%. Aggiungono che l’attuale quotazione della materia prima, dimezzata negli ultimi nove mesi, è pur sempre il doppio di quella del 2006. E affermano che i consumi di pasta – un alimento indiscutibilmente buono, sano ed economico – sono tornati a crescere in Italia, anche se solo del 2% nei primi 8 mesi del 2008, dopo 15 anni di stagnazione. Accanto a produttori leader come Barilla – un’azienda che in questi anni ha guadagnato efficienza e conquistato il mercato americano – il settore ha conosciuto grandi difficoltà: basti pensare che i 240 pastifici del 1980 si sono ridotti oggi a 130. Più in particolare gli industriali sostengono che se invece di considerare il periodo aprile-ottobre 2008 si prende un periodo più lungo – tra giugno 2007 e settembre 2008 – si vede che il prezzo all’origine della materia prima è aumentato del 53%. «È vero – dice Altroconsumo – ma anche in quel caso, considerando l’incidenza reale della materia prima sul prezzo finale, il listino del leader di mercato avrebbe dovuto salire a 0,65 euro, non a 0,88. Quelle 400 lire in più proprio non si spiegano ». E soprattutto non si spiega perché l’industria aumenti i prezzi nel momento in cui la materia prima scende. Per rispondere proviamo a ripercorrere il cammino di uno spaghetto dal chicco di grano al nostro piatto. Punto di partenza è il campo del contadino. La Puglia è la regione leader per il frumento duro e a Foggia ha sede la Borsa del grano: non a caso è lì che i coltivatori stanno protestando contro l’importazione di grano estero. «I nostri granai sono pieni – lamenta il presidente della Coldiretti Sergio Marini – e la discesa del prezzo danneggia l’economia agricola». Dal campo il grano passa al silos di stoccaggio e successivamente al mulino. La semola va in fabbrica ed è trasformata in pasta nelle mille varietà di formato che tutti conosciamo. Da lì infine, impacchettato e reclamizzato a dovere, lo spaghetto arriva ai negozi, ai supermercati e alle case. Il passaggio dai produttori alla grande distribuzione avviene di solito in modo conflittuale, in un eterno duello che ha come posta in gioco la definizione del prezzo, che entrambi i contendenti vogliono vantaggioso e coerente con le rispettive politiche commerciali. Se questo in breve è il percorso dello spaghetto, che cosa ha fatto lievitare il prezzo e ora lo tiene alto? È probabile che abbiano contribuito la finanza, oggi sotto accusa in tutto il mondo, e qualche speculazione di troppo. Lo strumento principe della finanza è stato il «future», contratto a termine con cui l’azienda s’impegna a comprare sul mercato internazionale un certo quantitativo di grano a un certo prezzo a una certa data. Se nel tempo che passa tra la sottoscrizione del contratto e l’acquisto il prezzo scende, l’acquirente deve comunque pagare, talvolta subendo forti perdite.

La più forte discesa del frumento è stata registrata nel giugno scorso, quando il prezzo è calato da 0,40 a 0,34 euro al chilo. Giugno è stato il mese del raccolto, quest’anno molto abbondante. È possibile che in quei giorni chi aveva messo da parte grandi quantità di grano in epoca di prezzi alti le abbia riversate sul mercato, anche per evitare il deterioramento. «Ed è proprio questa l’ipotesi che potrebbe spiegare – secondo Marini perché oggi i produttori, se hanno comprato il grano a prezzi alti, magari temendo penuria di materia prima, non abbassano i prezzi finali».


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«Il made in Italy della pasta – dice un operatore della grande distribuzione – sta perdendo quote di mercato a scapito dei cosiddetti secondi marchi: cioè sia le “insegne” (per esempio la pasta venduta con il marchio Coop, ndr) sia i “primi prezzi” (tipo Fidel di Esselunga, ndr). Se potessero avrebbero tutto l’interesse a ridurre il listino». Una spiegazione di segno opposto è che dopo aver fatto decollare i listini le aziende non sono più disponibili a ridurli. L’aumento è l’occasione per riposizionare i prezzi in un momento favorevole: quello in cui le famiglie tirano la cinghia, ma un buon piatto di pasta, che ha pure virtù dietetiche, nessuno lo lascia. Anzi, semmai raddoppia.

Edoardo Segantini
25 ottobre 2008

via Il grano costa meno, la pasta di più – Corriere della Sera